I geyser di Europa: un nuovo modello

Mega ciao!

Nel lontano 1609 Galileo Galilei, modificando il tubo ingranditore invantato dagli olandesi, ha creato il primo telescopio. Sondando la volta celeste alla ricerca di risposte riguardo l’universo, Galileo si è fermato ad osservare Giove, il pianeta gigante del Sistema Solare, e ha scoperto che c’erano quattro puntini luminosi, che a prima vista sembravano stelle, particolarmente vicini al pianeta. Col passare delle serate di osservazione si è reso conto che non potevano essere stelle, ma che orbitavano attorno a Giove. Galileo in questo modo ha scoperto i quattro satelliti principali del pianeta, che prendono i nomi di Io, Europa, Ganimede e Callisto.

Europa negli ultimi tempi ha ricominciato a far parlare di sè. Vi ricordate che, dalle osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble, sono stati scoperti dei geyser che eruttano materiale nello spazio? Sapendo che sotto la crosta ghiacciata esiste un oceano d’acqua, questo avvenimento ha permesso di ipotizzare la presenza di sorgenti idrotermali subacquee. Cos’aveva di speciale questa notizia? Le sorgenti idrotermali sono presenti anche negli oceani terrestri. E allora? In questi luoghi sulla Terra troviamo vita sotto forma di gamberetti, molluschi e qualche pesciolino. Quindi potremmo avere il sushi gratis su Europa! Fantastico! All you can eat per tutti!Scherzi a parte, ieri è stato pubblicato un nuovo interessante studio su Europa.

Sembra che le eruzioni di vapore acqueo potrebbero originarsi dall’interno della crosta ghiacciata, quindi da una regione molto più superficiale rispetto a quanto ipotizzato precedentemente. Il modello suggerisce che l’acqua si muova all’interno della crosta ghiacciata e che talvolta formi delle tasche che possono eruttare. In queste regioni l’acqua avrebbe una concentrazione di sale maggiore rispetto al resto. Per poter capire se Europa sia abitabile una sonda potrebbe passare attraverso il materiale eruttato e analizzarlo, come ha fatto la sonda Cassini su Encelado. Nel caso in cui le eruzioni provengano dagli accumuli d’acqua all’interno della crosta ghiacciata però la possibilità che ospitino la vita sarebbe molto inferiore. Infatti verrebbe a mancare la fonte di energia e calore fornita da sorgenti idrotermali subacquee. Lo studio di queste sorgenti è quindi essenziale per capire se future missioni su Europa potrebbero riuscire ad identificare segni di vita.

A presto!

Sara

Rappresentazione artistica dei geyser di Europa (Image credits: NASA)

Mega ciao!

Vi siete mai chiesti quanti pianeti abitabili potrebbero esserci nella nostra galassia? Questa è una domanda a cui gli astronomi stanno lavorando da quando, all’inizio degli anni ’90, è stato scoperto il primo pianeta extrasolare, cioè il primo pianeta orbitante attorno ad una stella diversa dal Sole. All’inizio gli esopianeti scoperti erano per la maggior parte giganti gassosi, perchè essendo più grandi di quelli terrestri sono più facili da rivelare. Con l’avanzare delle tecnologie sono state affinate tecniche che hanno permesso di scoprire un sacco di pianeti terrestri. Inoltre, sono state dedicate intere missioni alla ricerca di pianeti extrasolari, in particolare a quelli situati nella fascia di abitabilità del loro sistema planetario. Cos’è la fascia di abitabilità? E’ quella regione di un sistema planetario in cui le temperature sono tali da permettere la presenza di acqua liquida. Perchè cercare pianeti in questa particolare regione? Semplice: l’acqua liquida è indispensabile per la vita come la conosciamo qui sulla Terra, quindi si pensa che i pianeti situati nella fascia di abitabilità abbiano una più alta probabilità di ospitare la vita. La NASA ieri ha pubblicato i risultati di una ricerca molto interessante. E’ stato stimato che nella nostra galassia ci siano 300 milioni di pianeti potenzialmente abitabili, che almeno quattro si trovino entro 30 anni luce di distanza dal Sole e che il più vicino si trovi a circa 20 anni luce da noi. Insomma, è proprio dietro l’angolo! Questo studio è stato pubblicato dagli astronomi della missione Kepler, il telescopio spaziale che, qualche anno fa, sondava il cielo alla ricerca di pianeti extrasolari utilizzando il metodo dei transiti. Precedentemente era stato annunciato che nella nostra galassia ci sono più pianeti che stelle, quindi miliardi tra giganti gassosi e pianeti rocciosi. Il nuovo studio si è focalizzato su esopianeti con un raggio pari a 0.5-1.5 volte quello terrestre, in modo da selezionare solo pianeti rocciosi, e su stelle con temperature ed età simili a quelle del Sole. I dati di Kepler sono stati combinati con quelli di Gaia per ottenere maggiori informazioni sull’abitabilità dei pianeti. Gaia permette infatti di ottenere informazioni riguardo la quantità di energia che arriva sul pianeta dalla stella. I dati ottenuti hanno evidenziato l’enorme diversità tra le stelle e i sistemi planetari della nostra galassia. I risultati devono però tenere conto del fatto che l’atmosfera di un pianeta influisce sulla quantità di luce necessaria per la presenza di acqua liquida su un pianeta. Tenendo conto degli effetti atmosferici si stima che il 50% delle stelle simili al Sole hanno pianeti rocciosi in grado di ospitare acqua liquida sulla loro superficie. Quanti di questi pianeti sono abitati? Prima o poi lo scopriremo!

A presto!

Sara

Rappresentazione artistica di Kepler 452B (Image credits: NASA)

Teschi spaziali

Mega ciao!

Pronti per la notizia di ieri pubblicata dall’Agenzia Spaziale Europea?

Vi ricordate della missione Rosetta? Qualche anno fa è andata ad esplorare la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, un oggetto che dalle immagini del Telescopio Spaziale Hubble sembrava bello, liscio e regolare. Una volta arrivata sul posto invece la sonda si è trovata davanti un gigantesco bagigio spaziale #aDumbopiacequestoelemento. Questo ha complicato un po’ le cose perchè Rosetta era dotata di un piccolo lander, Philae, che doveva atterrare ed esplorare la cometa. Dopo aver mappato per bene la superficie della 67P, gli astronomi hanno selezionato la regione perfetta per l’atterraggio. Rosetta ha sganciato Philae, che ha cominciato la sua discesa verso la cometa, ha toccato il suolo e…è rimbalzato per un malfunzionamento degli arpioni che dovevano ancorarlo alla superficie. Dopo due rimbalzi che hanno fatto perdere 10 anni di vita a tutti gli astronomi (da notare che questa stima rappresenta solo un limite inferiore) Philae è atterrato, con una zampa per aria e…in un crepaccio, all’ombra. Qual è il problema? Philae funzionava a batterie solari (lo sentite l’eco proveniente dalle teste degli astronomi che sbattono addosso al muro?). Il fatto che una delle zampe era per aria ha complicato ulteriormente le cose: provare a spostare Philae significava rischiare di farlo finire a zampe all’aria, senza più nessuna possibilità di salvare il salvabile. Dunque dopo poco più di 60 ore, cioè il tempo rimasto alle batterie, Philae si è addormentato.

A giugno dell’anno successivo la cometa, avanzando lungo la sua orbita, ha esposto alla luce solare il crepaccio. Philae, baciato dalla luce del Sole, si è risvegliato come la bella addormentata nel bosco. E’ riuscito ad inviare parecchi dati sulla Terra prima di riaddormentarsi definitivamente.

L’ESA ieri ha pubblicato la foto del secondo punto in cui è rimbalzato Philae e devo dirvi che è un’immagine magnifica (la trovate qui sotto). Le impronte lasciate dal piccolo Philae hanno prodotto l’immagine di un teschio sulla vecchissima superficie ghiacciata della cometa. Pensate che quel ghiaccio aveva un’età di miliardi di anni. Questo ha permesso di scoprire che l’interno della cometa è soffice e di stimare la porosità del terreno, cioè quanto spazio vuoto è presente tra i grani di ghiaccio e di polvere. Inoltre si è scoperto che l’interno della cometa è omogene ovunque. Questo significa che i massi sono rappresentativi dell’interno della cometa quando si è formato, circa 4 miliardi e mezzo di anni fa.

La scoperta dell’immagine della regione a teschio è arrivata giusto in tempo per Halloween. Quindi mi raccomando, il 31 ottobre vestite i vostri figli da cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko mettendo ben in evidenza il teschio.

A presto!

Sara

L’immagine del teschio creato dalle impronte delle zampe di Philae (Image credits: ESA)

LIGO colpisce ancora

Mega ciao!

Ieri vi ho detto che ultimamente per noi astronomi ogni giorno è Natale. Ebbene, ci sono giorni in cui Babbo Natale passa due volte. Tipo ieri. Cosa sarà successo?

Sono uscite due grandi notizie: una dall’ESA e una da LIGO. Vi parlo della seconda.

Gli astronomi di LIGO, il rivelatore di onde gravitazionali per cui non ringrazieremo mai abbastanza il grande Kip #sempresialodato, hanno pubblicato il terzo catalogo di sorgenti scoperte. Il catalogo contiene 50 sorgenti di onde gravitazionali, di cui 39 provengono da collisioni di buchi neri o stelle di neutroni. Le 39 sorgenti scoperte corrispondono solo ai primi 6 mesi del terzo ciclo di osservazioni di LIGO e Virgo. I risultati degli ultimi 5 mesi sono ancora in fase di analisi. Il catalogo contiene alcune delle sorgenti più interessanti osservate fino ad oggi. Queste scoperte permettono di capire meglio la distribuzione della popolazione di buchi neri e di stelle di neutroni nel nostro universo. In particolare, analizzando simultaneamente tutte le fusioni di buchi neri si è scoperto che la distribuzione di queste sorgenti non segue una legge di potenza semplice. Misurando le deviazione dalla legge di potenza si può riuscire a capire se il buco nero si sia formato dalla morte di una stella o da una fusione con un altro buco nero. Inoltre si possono studiare i parametri fisici di queste sorgenti, come lo spin, cioè la rotazione. Dall’analisi del catalogo si è scoperto che alcune fusioni di buchi neri hanno uno spin non allineato con il momento angolare orbitale. Lo studio approfondito di questi parametri può dare delle informazioni riguardo alle condizioni in cui il sistema binario si è formato.

Le sorgenti scoperte sono importanti anche per testare la teoria della relatività generale di Einstein, confrontando i dati osservativi con le previsioni teoriche. Inoltre, è stato possibile studiare direttamente le proprietà degli oggetti prodotti da questi fenomeni di fusione, misurandone le vibrazioni. In questo modo LIGO e Virgo hanno confermato che i buchi neri risultanti si comportano secondo le predizioni della teoria della relatività generale di Einstein.

Tutto questo è assolutamente fantastico! Einstein ha formulato la sua teoria della relatività nel 1915, ma all’epoca non c’erano strumenti abbastanza sofisticati per confermare la presenza di buchi neri e onde gravitazionali. A partire dal 2015, con la scoperta del primo segnale da parte di LIGO, le osservazioni di onde gravitazionali si sono susseguite portando a definire con precisione i parametri delle sorgenti. Tra fusioni di buchi neri, stelle di neutroni e di un buco nero con una stella di neutroni la teoria della relatività di Einstein ha trovato una conferma dietro l’altra.

Tra qualche anno è previsto il lancio LISA, il rivelatore di onde gravitazionali di nuova generazione che sarà posto nello spazio. Tra i suoi obiettivi principali troviamo l’osservazione dei buchi neri primordiali, delle fusioni di buchi neri di massa intermedia e quelle di buchi neri supermassicci. Restate sempre collegati perchè nei prossimi anni ne vedremo delle belle!

A presto!

Sara

Il nuovo catalogo di sorgenti di onde gravitazionali (Image credits: LIGO-Virgo)

Mattoncini per la vita su Titano?

Mega ciao!

Cosa sta succedendo? Ultimamente esce una novità spaziale al giorno, quindi in pratica ogni giorno per noi astronomi nerd è Natale.

Ieri è stata annunciata un’altra scoperta clamorosa riguardo Titano, il satellite più grande di Saturno che è stato esplorato dalla missione Cassini-Huygens. Gli astronomi, usando ALMA (Atacama Large Millimiter/submillimiter Array), hanno trovato nell’atmosfera del satellite una molecola inaspettata: il ciclopropenilidene. Questa è una molecola semplice basata sul carbonio che potrebbe essere la base di molecole più complesse che potrebbero formare la vita o una fonte di cibo per eventuali esseri viventi. Il ciclopropenilidene, sebbene sia stato osservato nel mezzo interstellare, non è presente nelle atmosfere dei pianeti del Sistema Solare, in quanto può reagire facilmente con altre molecole e formare specie diverse. Su Titano il ciclopropenilidene è stato rivelato nelle nubi che compongono l’alta atmosfera del satellite, in cui la densità è minore ed è quindi più difficile che reagisca con altri composti. Alla NASA stanno cercando di capire se Titano sia abitabile. In particolare, l’obiettivo è scoprire quali molecole presenti nell’atmosfera raggiungano il suolo e se riescano ad attraversare la crosta ghiacciata per raggiungere l’oceano nel sottosuolo, dove dovrebbero esserci condizioni adatte alle vita. L’atmosfera di Titano è la stessa che aveva la Terra tra 3.8 e 2.5 miliardi di anni fa. Le molecole presenti sulla superficie del satellite potrebbero essere le stesse che sulla Terra sono andate a costituire i mattoncini fondamentali da cui si è formata la vita.

A presto!

Sara

Nube molecolare e Titano (Image credits: ESO e NASA)

Una piccola riga per uno spettro, ma un grande balzo in avanti per le missioni Artemis!

Mega ciao!

Scusatemi per il ritardo…ieri è stata una giornata particolare e non sono riuscita a scrivervi. Recupero oggi, con il mega riassunto dell’ultima scoperta lunare!

Come sapete la NASA ha annunciato la scoperta di acqua sulla superficie del nostro satellite. Andiamo quindi a vedere nel dettaglio come hanno fatto. Nel lontano 2009 sono usciti tre articoli che riportavano l’osservazione di una riga di assorbimento alla lunghezza d’onda di 3*10-6 metri, dovuta all presenza di zone idratate diffuse sulla superficie lunare. La riga spettrale è stata rivelata da 3 diverse sonde: la Chandrayaan-1, la Deep Impact e dallo strumento VIMS della sonda Cassini. Purtroppo però i dati non erano sufficienti per determinare se la riga fosse dovuta alla presenza della molecola dell’acqua (H_2O) o ad altri composti idrossilici (cioè contenenti il gruppo OH). C’è un modo per distinguere tra i due casi: la vibrazione della molecola dell’acqua produce una riga alla lunghezza d’onda di 6*10-6 metri. Questa lunghezza d’onda cade nella banda infrarossa dello spettro elettromagnetico. Detto questo sorge una domanda: se la scoperta di terreni idratati risale al 2009, perchè ci sono voluti 11 anni per confermare la presenza d’acqua? Le osservazioni nell’infrarosso non sono molto semplici! L’atmosfera terrestre, in particolare il vapore acqueo presente, assorbe la maggior parte della radiazione infrarossa proveniente dallo spazio, rendendo le osservazioni dalla superficie della Terra impossibili. Quindi come fare? Gli scienziati della NASA hanno usato SOFIA, l’Osservatorio Stratosferico per l’Astronomia Infrarossa. SOFIA è un telescopio infrarosso del diametro di 2.7 metri, montato su un Boeing 747SP. Volando ad una quota compresa tra 11582.4 e 13716 metri riesce ad evitare il 99% dell’assorbimento atmosferico. Le osservazioni hanno rivelato la riga a 6 micrometri dovuta alla presenza di acqua ad alte latitudini lunari! In quali regioni si trova l’acqua? In che quantità? Sono state analizzate le regioni ad alte latitudini sud vicino al cratere Clavius e una porzione a basse latitudini del Mare della Serenità. I dati mostrano una forte riga di emissione a 6 micrometri nel cratere Clavius e nei terreni circostanti. La regione di controllo, vicino all’equatore lunare, mostra invece bassi livelli di idratazione.

E’ stato possibile stimare il limite inferiore per la quantità d’acqua presente nel cratere Clavius. La quantità stimata è compresa tra 100 e 400 microgrammi d’acqua per ogni grammo di terreno. Ora però sorge un problema: spiegare la presenza d’acqua sulla superficie lunare non è semplice. Infatti la temperatura superficiale della Luna varia tra -248 e +123°C. Dove sta il problema? Scommetto che tutti voi sapete che ad alte temperature l’acqua bolle ed evapora. Le regioni analizzate vengono periodicamente esposte alla luce del Sole e quindi a condizioni in cui l’acqua presente è destinata inesorabilmente ad evaporare. Ma nelle osservazioni l’acqua non è sparita. Com’è possibile? Si pensa che l’acqua sia protetta all’interno di cristalli di vetro provenienti dall’impatto di micrometeoriti o che sia intrappolata in spazi vuoti all’interno di grani di polvere. In questi due casi l’acqua risulta schermata dalle condizioni estreme presenti sulla superficie lunare e riesce quindi a sopravvivere. Se assumiamo che l’acqua si trovi all’interno di cristalli di vetro allora la sua abbondanza media sarebbe di 700 parti per milione.

Cosa ci riserva il futuro? Uno degli obiettivi principali è di capire come si forma l’acqua sulla superficie lunare. Si pensa che l’acqua si potrebbe formare dalla conversione dell’idrossile, la cui presenza è prevista a tutte le latitudini a causa dell’esposizione al vento solare. In questo caso, il flusso di micrometeoriti sarebbe sufficiente per processare una certa quantità di idrossile in acqua. Un secondo obiettivo è di determinare il tempo scala diurno e il tempo scala di evoluzione dell’acqua, cioè di determinare le variazioni diurne della quantità d’acqua sulla superficie lunare. Inoltre lo studio esteso a tutta la superficie lunare porterebbe a distinguere tra le variazioni dovute a processi geologici locali e l’andamento generale alle varie latitudini.

Questa scoperta è sensazionale e i futuri studi permetteranno di capire se ci sia acqua sufficiente per rifornire le future missioni umane. 6 micrometri: una piccola riga per uno spettro, ma un grande balzo in avanti per le missioni Artemis! #andiamotuttisuclavius

A presto!

Sara

SOFIA, la Luna e le molecole d’acqua (Image credits: NASA)

OSIRIS-REx: missione riuscita!

Mega ciao!

OSIRIS-REx ce l’ha fatta! Ieri sera ha toccato con il suo braccio robotico la superficie dell’asteroide Bennu e ha raccolto dei campioni di polvere. La sonda ritornerà sulla Terra (arrivo previsto nel 2023) e gli scienziati potranno così analizzare di persona il materiale raccolto. L’analisi ci fornirà informazioni importantissime riguardanti l’origine del Sistema Solare. Infatti asteroidi e comete sono i residui del disco protoplanetario da cui si sono formati i pianeti. Preparare la missione OSIRIS-REx non è stato semplice. La sonda è dotata di un braccio robotico che funziona come un aspirapolvere spaziale. L’estremità del braccio doveva toccare brevemente la superficie dell’asteroide per raccogliere i campioni. Quando la sonda è arrivata sull’asteroide però gli astronomi hanno capito che non sarebbe stata un’impresa facile. Infatti Bennu è completamente cosparso di rocce e detriti. Nel caso di una collisione con un masso il braccio robotico avrebbe rischiato di rompersi. Inoltre la raccolta di campioni avrebbe potuto sollevare piccoli sassi che potevano danneggiare irreparabilmente la sonda. Quindi sapete cos’hanno fatto? Hanno contato i sassi! Cosa vuol dire? Hanno semplicemente mappato la superficie di Bennu e l’hanno divisa in diverse regioni a cui hanno dato nomi di uccelli. Infine per ogni regione hanno contato quanti sassi/massi erano presenti, in modo da riuscire a trovare una regione abbastanza libera da detriti e che fosse quindi adatta per la raccolta di campioni. Dopo il successo di ieri sera, il prossimo passo sarà verificare di avere abbastanza materiale. In caso contrario a gennaio tenteranno di raccogliere altro materiale. Se tutto andrà bene tra poco più di due anni i campioni arriveranno sulla Terra e scommetto che le scoperte che porteranno saranno molto entusiasmanti!

A presto!

Sara

Rappresentazione artistica di OSIRIS-REx su Bennu (Image credits: NASA)

Ultime da Venere

Mega ciao!

Ieri è cominciato il corso base di astronomia online! Siamo veramente soddisfatti: abbiamo 28 iscritti con età che vanno dai 7 ai 60 anni. Siamo felici anche perchè, nonostante la situazione, il corso online ci ha permesso di espanderci oltre regione, con iscritti da Como e dalla provincia di Modena.

Oggi non continuerò la storia iniziata qualche post fa, perchè voglio mostrarvi la foto del giorno. Qui sotto potete vedere l’immagine di Venere ripresa dalla sonda Bepi Colombo durante il flyby. Bepi Colombo è una missione molto interessante che ha come obiettivo l’esplorazione di Mercurio. Per arrivare sul pianeta però ha bisogno dell’assistenza gravitazionale di Venere, quindi stamattina ci è passata molto vicino. Vista l’importantissima notizia uscita qualche settimana fa sulla presenza di fosfina nelle nuvole venusiane, gli scienziati hanno deciso di attivare lo spettrografo della sonda. In questo modo il passaggio ravvicinato viene utilizzato per ottenere dati importanti, che potrebbero confermare la presenza della fosfina nelle nuvole di Venere. Vi ricordo che questa molecola può essere prodotta in due modi: tramite processi geologici, cioè dalle eruzioni vulcaniche, oppure tramite processi biologici, cioè da forme di vita. La quantità di fosfina trovata con i radiotelescopi è troppo elevata per poter essere spiegata dall’attività vulcanica, quindi si pensa che potrebbero esserci colonie di microrganismi che vivono nelle nubi di Venere. Il futuro potrebbe riservare grandi scoperte astrobiologiche.

Continuate a seguirmi perchè vi terrò aggiornati sugli sviluppi di questa ricerca 😉

A presto!

Sara

Venere ripresa dalla sonda Bepi Colombo (Image credits: ESA)

I buchi neri vincono ancora!

Mega ciao!

Facciamo slittare la soluzione dell’astroquiz al prossimo post, per lasciare spazio alla bellissima notizia di oggi.

Roger Penrose, Reinhard Genzel e Andrea Ghez hanno vinto il Premio Nobel per la Fisica per le loro straordinarie scoperte riguardanti i buchi neri!

In particolare, Penrose, un geniale matematico e cosmologo, è riuscito a dimostrare che la formazione dei buchi neri è una conseguenza inevitabile della teoria della relatività generale di Einstein.

Genzel e Ghez invece hanno scoperto che al centro della nostra galassia c’è un buco nero supermassiccio. Scoprire fisicamente un buco nero non è un’impresa facile. I buchi neri, come dice il loro nome, sono proprio neri. Quindi non possono essere visti sullo sfondo nero dello spazio. Allora come si possono scoprire? Con metodi indiretti, cioè osservando dei fenomeni nello spazio che li circonda. In particolare, per quanto riguarda Sgr A*, il buco nero al centro della Via Lattea, gli astronomi hanno osservato per qualche decennio le stelle nei pressi del centro galattico. Hanno studiato accuratamente il loro moto e hanno scoperto che si muovono in modo molto interessante. Una stella, che è stata chiamata S2, compie un’orbita ellittica attorno ad un punto in cui non è presente nessun oggetto visibile. Grazie alle osservazioni è stato possibile determinare i parametri orbitali della stella, cioè il periodo di rivoluzione, il semiasse maggiore e quello minore dell’orbita. E’ risultato che la stella ci mette circa 15.2 anni per compiere un’orbita, con un pericentro a 17 ore luce (circa 18 miliardi di chilometri) e un semiasse maggiore di 5.5 giorni luce (circa 143 miliardi di chilometri). In base a questi parametri è stato determinato che, all’interno dell’orbita, deve esserci un oggetto con una massa di circa 3 milioni e 610 mila masse solari (quindi 3 milioni e 610 mila volte più massiccio del Sole). Un oggetto di massa così elevata, situato all’interno di una galassia, può essere solo un buco nero supermassiccio. Il fatto che questo gigante si trovi al centro della Via Lattea, a soli 8000 parsec (circa 2.47×1017 km), è particolarmente esaltante!

Insomma a 3 anni dal premio Nobel per la Fisica per la scoperta delle onde gravitazionali (grande Kip) i buchi neri tornano a vincere il premio più ambito!

Congratulazioni a Penrose, Ghez e Genzel!

A presto!

Sara

Sgr A* (Image credits: Chandra e Spitzer)

Corsi e aspirapolveri spaziali

Mega ciao!

Mancano solo 10 giorni all’inizio del corso base di astronomia online! Siamo veramente carichi e felicissimi di cominciare. Abbiamo già 29 iscritti!

Ottbre però porterà anche un’altra grande novità (speriamo), proprio nel giorno del mio compleanno. Infatti il 20 ottobre sarà il giorno in cui la sonda OSIRIS-REx accenderà il suo aspirapolvere spaziale e raccoglierà campioni dell’asteroide Bennu da portare a casa. Non sarà un’impresa facile, infatti, quando la sonda è arrivata sull’asteroide, si è trovata di fronte ad un oggetto che non potrà essere gestito facilmente. La sua superficie è ricoperta da sassi di varie dimensioni. Quindi gli astronomi hanno diviso la sua superficie in diverse regioni, a cui sono stati dati nomi di uccelli, e hanno cominciato a contare i sassi per trovare una regione in cui il loro numero fosse abbastanza basso da permettere il prelievo di campioni in sicurezza.

Quali sono i rischi?

Se il braccio dell’aspirapolvere colpisce un masso si spacca. Se l’aspirapolvere solleva dei piccoli sassolini, questi possono andare a colpire la sonda provocando danni irreparabili e impedendole il ritorno sulla Terra.

Insomma il 20 ottobre sarà una giornata particolarmente stressante alla NASA e con un’altissima dose di suspense per tutti gli appassionati di astronomia.

Per informazioni sul corso di astronomia chiamatemi al numero 3290689207. Per iscrivervi scrivetemi all’indirizzo astrofilidischio@gmail.com entro domani.

A presto!

Sara