LIGO colpisce ancora

Mega ciao!

Ieri vi ho detto che ultimamente per noi astronomi ogni giorno è Natale. Ebbene, ci sono giorni in cui Babbo Natale passa due volte. Tipo ieri. Cosa sarà successo?

Sono uscite due grandi notizie: una dall’ESA e una da LIGO. Vi parlo della seconda.

Gli astronomi di LIGO, il rivelatore di onde gravitazionali per cui non ringrazieremo mai abbastanza il grande Kip #sempresialodato, hanno pubblicato il terzo catalogo di sorgenti scoperte. Il catalogo contiene 50 sorgenti di onde gravitazionali, di cui 39 provengono da collisioni di buchi neri o stelle di neutroni. Le 39 sorgenti scoperte corrispondono solo ai primi 6 mesi del terzo ciclo di osservazioni di LIGO e Virgo. I risultati degli ultimi 5 mesi sono ancora in fase di analisi. Il catalogo contiene alcune delle sorgenti più interessanti osservate fino ad oggi. Queste scoperte permettono di capire meglio la distribuzione della popolazione di buchi neri e di stelle di neutroni nel nostro universo. In particolare, analizzando simultaneamente tutte le fusioni di buchi neri si è scoperto che la distribuzione di queste sorgenti non segue una legge di potenza semplice. Misurando le deviazione dalla legge di potenza si può riuscire a capire se il buco nero si sia formato dalla morte di una stella o da una fusione con un altro buco nero. Inoltre si possono studiare i parametri fisici di queste sorgenti, come lo spin, cioè la rotazione. Dall’analisi del catalogo si è scoperto che alcune fusioni di buchi neri hanno uno spin non allineato con il momento angolare orbitale. Lo studio approfondito di questi parametri può dare delle informazioni riguardo alle condizioni in cui il sistema binario si è formato.

Le sorgenti scoperte sono importanti anche per testare la teoria della relatività generale di Einstein, confrontando i dati osservativi con le previsioni teoriche. Inoltre, è stato possibile studiare direttamente le proprietà degli oggetti prodotti da questi fenomeni di fusione, misurandone le vibrazioni. In questo modo LIGO e Virgo hanno confermato che i buchi neri risultanti si comportano secondo le predizioni della teoria della relatività generale di Einstein.

Tutto questo è assolutamente fantastico! Einstein ha formulato la sua teoria della relatività nel 1915, ma all’epoca non c’erano strumenti abbastanza sofisticati per confermare la presenza di buchi neri e onde gravitazionali. A partire dal 2015, con la scoperta del primo segnale da parte di LIGO, le osservazioni di onde gravitazionali si sono susseguite portando a definire con precisione i parametri delle sorgenti. Tra fusioni di buchi neri, stelle di neutroni e di un buco nero con una stella di neutroni la teoria della relatività di Einstein ha trovato una conferma dietro l’altra.

Tra qualche anno è previsto il lancio LISA, il rivelatore di onde gravitazionali di nuova generazione che sarà posto nello spazio. Tra i suoi obiettivi principali troviamo l’osservazione dei buchi neri primordiali, delle fusioni di buchi neri di massa intermedia e quelle di buchi neri supermassicci. Restate sempre collegati perchè nei prossimi anni ne vedremo delle belle!

A presto!

Sara

Il nuovo catalogo di sorgenti di onde gravitazionali (Image credits: LIGO-Virgo)

Mattoncini per la vita su Titano?

Mega ciao!

Cosa sta succedendo? Ultimamente esce una novità spaziale al giorno, quindi in pratica ogni giorno per noi astronomi nerd è Natale.

Ieri è stata annunciata un’altra scoperta clamorosa riguardo Titano, il satellite più grande di Saturno che è stato esplorato dalla missione Cassini-Huygens. Gli astronomi, usando ALMA (Atacama Large Millimiter/submillimiter Array), hanno trovato nell’atmosfera del satellite una molecola inaspettata: il ciclopropenilidene. Questa è una molecola semplice basata sul carbonio che potrebbe essere la base di molecole più complesse che potrebbero formare la vita o una fonte di cibo per eventuali esseri viventi. Il ciclopropenilidene, sebbene sia stato osservato nel mezzo interstellare, non è presente nelle atmosfere dei pianeti del Sistema Solare, in quanto può reagire facilmente con altre molecole e formare specie diverse. Su Titano il ciclopropenilidene è stato rivelato nelle nubi che compongono l’alta atmosfera del satellite, in cui la densità è minore ed è quindi più difficile che reagisca con altri composti. Alla NASA stanno cercando di capire se Titano sia abitabile. In particolare, l’obiettivo è scoprire quali molecole presenti nell’atmosfera raggiungano il suolo e se riescano ad attraversare la crosta ghiacciata per raggiungere l’oceano nel sottosuolo, dove dovrebbero esserci condizioni adatte alle vita. L’atmosfera di Titano è la stessa che aveva la Terra tra 3.8 e 2.5 miliardi di anni fa. Le molecole presenti sulla superficie del satellite potrebbero essere le stesse che sulla Terra sono andate a costituire i mattoncini fondamentali da cui si è formata la vita.

A presto!

Sara

Nube molecolare e Titano (Image credits: ESO e NASA)

Una piccola riga per uno spettro, ma un grande balzo in avanti per le missioni Artemis!

Mega ciao!

Scusatemi per il ritardo…ieri è stata una giornata particolare e non sono riuscita a scrivervi. Recupero oggi, con il mega riassunto dell’ultima scoperta lunare!

Come sapete la NASA ha annunciato la scoperta di acqua sulla superficie del nostro satellite. Andiamo quindi a vedere nel dettaglio come hanno fatto. Nel lontano 2009 sono usciti tre articoli che riportavano l’osservazione di una riga di assorbimento alla lunghezza d’onda di 3*10-6 metri, dovuta all presenza di zone idratate diffuse sulla superficie lunare. La riga spettrale è stata rivelata da 3 diverse sonde: la Chandrayaan-1, la Deep Impact e dallo strumento VIMS della sonda Cassini. Purtroppo però i dati non erano sufficienti per determinare se la riga fosse dovuta alla presenza della molecola dell’acqua (H_2O) o ad altri composti idrossilici (cioè contenenti il gruppo OH). C’è un modo per distinguere tra i due casi: la vibrazione della molecola dell’acqua produce una riga alla lunghezza d’onda di 6*10-6 metri. Questa lunghezza d’onda cade nella banda infrarossa dello spettro elettromagnetico. Detto questo sorge una domanda: se la scoperta di terreni idratati risale al 2009, perchè ci sono voluti 11 anni per confermare la presenza d’acqua? Le osservazioni nell’infrarosso non sono molto semplici! L’atmosfera terrestre, in particolare il vapore acqueo presente, assorbe la maggior parte della radiazione infrarossa proveniente dallo spazio, rendendo le osservazioni dalla superficie della Terra impossibili. Quindi come fare? Gli scienziati della NASA hanno usato SOFIA, l’Osservatorio Stratosferico per l’Astronomia Infrarossa. SOFIA è un telescopio infrarosso del diametro di 2.7 metri, montato su un Boeing 747SP. Volando ad una quota compresa tra 11582.4 e 13716 metri riesce ad evitare il 99% dell’assorbimento atmosferico. Le osservazioni hanno rivelato la riga a 6 micrometri dovuta alla presenza di acqua ad alte latitudini lunari! In quali regioni si trova l’acqua? In che quantità? Sono state analizzate le regioni ad alte latitudini sud vicino al cratere Clavius e una porzione a basse latitudini del Mare della Serenità. I dati mostrano una forte riga di emissione a 6 micrometri nel cratere Clavius e nei terreni circostanti. La regione di controllo, vicino all’equatore lunare, mostra invece bassi livelli di idratazione.

E’ stato possibile stimare il limite inferiore per la quantità d’acqua presente nel cratere Clavius. La quantità stimata è compresa tra 100 e 400 microgrammi d’acqua per ogni grammo di terreno. Ora però sorge un problema: spiegare la presenza d’acqua sulla superficie lunare non è semplice. Infatti la temperatura superficiale della Luna varia tra -248 e +123°C. Dove sta il problema? Scommetto che tutti voi sapete che ad alte temperature l’acqua bolle ed evapora. Le regioni analizzate vengono periodicamente esposte alla luce del Sole e quindi a condizioni in cui l’acqua presente è destinata inesorabilmente ad evaporare. Ma nelle osservazioni l’acqua non è sparita. Com’è possibile? Si pensa che l’acqua sia protetta all’interno di cristalli di vetro provenienti dall’impatto di micrometeoriti o che sia intrappolata in spazi vuoti all’interno di grani di polvere. In questi due casi l’acqua risulta schermata dalle condizioni estreme presenti sulla superficie lunare e riesce quindi a sopravvivere. Se assumiamo che l’acqua si trovi all’interno di cristalli di vetro allora la sua abbondanza media sarebbe di 700 parti per milione.

Cosa ci riserva il futuro? Uno degli obiettivi principali è di capire come si forma l’acqua sulla superficie lunare. Si pensa che l’acqua si potrebbe formare dalla conversione dell’idrossile, la cui presenza è prevista a tutte le latitudini a causa dell’esposizione al vento solare. In questo caso, il flusso di micrometeoriti sarebbe sufficiente per processare una certa quantità di idrossile in acqua. Un secondo obiettivo è di determinare il tempo scala diurno e il tempo scala di evoluzione dell’acqua, cioè di determinare le variazioni diurne della quantità d’acqua sulla superficie lunare. Inoltre lo studio esteso a tutta la superficie lunare porterebbe a distinguere tra le variazioni dovute a processi geologici locali e l’andamento generale alle varie latitudini.

Questa scoperta è sensazionale e i futuri studi permetteranno di capire se ci sia acqua sufficiente per rifornire le future missioni umane. 6 micrometri: una piccola riga per uno spettro, ma un grande balzo in avanti per le missioni Artemis! #andiamotuttisuclavius

A presto!

Sara

SOFIA, la Luna e le molecole d’acqua (Image credits: NASA)

Diretta di oggi: notizie lunari

Mega ciao!

Siete tutti pronti per l’annuncio che farà la NASA alle ore 17:00? Pare che la scoperta sia molto importante in vista delle missioni Artemis, che ci riporteranno presto sulla Luna. Nel 2024 infatti è previsto il primo allunaggio ed entro il 2028 avremo una colonia lunare permanente.

Tornando alla notizia di oggi, la scoperta è stata fatta con SOFIA, l’osservatorio stratosferico per l’astronomia infrarossa. SOFIA è un Boeing 747SP, che trasporta un telescopio riflettore con uno specchio primario di 2.7 metri di diametro. L’aereo vola ad una quota compresa tra 11582.4 e 13716 metri, in modo da eliminare la maggior parte dell’assorbimento atmosferico nell’infrarosso. La missione permette di osservare anche da regioni in cui non è possibile piazzare un telescopio (oceani, mari, laghi…) e di seguire al meglio gli eventi transienti, cioè emissioni di durata limitata nel tempo, ma che necessitano comunque di essere seguite perchè i dati raccolti sono fondamentali. SOFIA, nel corso di voli di 10 ore, permette di osservare gli oggetti del Sistema Solare e del profondo cielo alle lunghezze d’onda del vicino, medio e lontano infrarosso. In questo modo permette di studiare la nascita e la morte delle stelle, la formazione di nuovi sistemi planetari, le molecole complesse presenti nello spazio, pianeti, comete e asteroidi del nostro sistema, nebulose e galassie, campi magnetici e i buchi neri al centro delle galassie.

Se sapete l’inglese, alle 17:00 potete seguire la diretta della NASA al link qui sotto: https://www.nasa.gov/nasalive

Se non sapete l’inglese non preoccupatevi. Alle 16:50 pubblicherò un altro post sulla pagina Facebook del Gruppo Astrofili di Schio dedicato a questo evento (non commentatelo). Dalle 17:00 scriverò nei commenti simultaneamente alla diretta tutte le cose più succulente che diranno. In realtà con un ritardo di qualche secondo…giusto il tempo che i miei neuroni formulino una traduzione decente e che le mie dita digitino il commento (non essendo stata colpita de un fulmine mentre passava l’onda d’urto provocata dall’esplosione di un acceleratore di particelle non mi sono ancora trasformata in Flash).

Non perdetevi questo evento pazzesco! Vi aspetto numerosissimi!

A dopo!

Sara

Diretta NASA del 26 ottobre

Mega ciao!

Domani la NASA farà una diretta per annunciare una grande scoperta riguardante la nostra Luna. Pare che sia una cosa importantissima in vista delle missioni Artemis, che nel 2024 porteranno la prima donna sulla Luna ed entro il 2028 ci regaleranno una base lunare permanente.

Domani pubblicherò un post in cui seguiremo insieme la diretta. Tradurrò simultaneamente le cose che diranno e le pubblicherò come commenti al post. Quindi se non sapete l’inglese collegatevi alla pagina Facebook del Gruppo Astrofili di Schio e potrete avere tutte le notizie succulente qualche secondo dopo l’annuncio (giusto il tempo di scivere e inviare il commento…purtroppo non sono veloce come Flash ma farò del mio meglio per scrivere il più rapidamente possibile).

Siete carichi ed esaltati quanto me?

Buona domenica e ci vediamo sulla pagina Facebook del Gruppo Astrofili di Schio domani alle ore 17:00 per seguire insieme la diretta!

A presto!

Sara

OSIRIS-REx: missione riuscita!

Mega ciao!

OSIRIS-REx ce l’ha fatta! Ieri sera ha toccato con il suo braccio robotico la superficie dell’asteroide Bennu e ha raccolto dei campioni di polvere. La sonda ritornerà sulla Terra (arrivo previsto nel 2023) e gli scienziati potranno così analizzare di persona il materiale raccolto. L’analisi ci fornirà informazioni importantissime riguardanti l’origine del Sistema Solare. Infatti asteroidi e comete sono i residui del disco protoplanetario da cui si sono formati i pianeti. Preparare la missione OSIRIS-REx non è stato semplice. La sonda è dotata di un braccio robotico che funziona come un aspirapolvere spaziale. L’estremità del braccio doveva toccare brevemente la superficie dell’asteroide per raccogliere i campioni. Quando la sonda è arrivata sull’asteroide però gli astronomi hanno capito che non sarebbe stata un’impresa facile. Infatti Bennu è completamente cosparso di rocce e detriti. Nel caso di una collisione con un masso il braccio robotico avrebbe rischiato di rompersi. Inoltre la raccolta di campioni avrebbe potuto sollevare piccoli sassi che potevano danneggiare irreparabilmente la sonda. Quindi sapete cos’hanno fatto? Hanno contato i sassi! Cosa vuol dire? Hanno semplicemente mappato la superficie di Bennu e l’hanno divisa in diverse regioni a cui hanno dato nomi di uccelli. Infine per ogni regione hanno contato quanti sassi/massi erano presenti, in modo da riuscire a trovare una regione abbastanza libera da detriti e che fosse quindi adatta per la raccolta di campioni. Dopo il successo di ieri sera, il prossimo passo sarà verificare di avere abbastanza materiale. In caso contrario a gennaio tenteranno di raccogliere altro materiale. Se tutto andrà bene tra poco più di due anni i campioni arriveranno sulla Terra e scommetto che le scoperte che porteranno saranno molto entusiasmanti!

A presto!

Sara

Rappresentazione artistica di OSIRIS-REx su Bennu (Image credits: NASA)

Un viaggio spaziale Vol. 4

Mega ciao!

Pronti per tornare a bordo della Firestorm?

Abbiamo lasciato i nostri eroi mentre stavano attraversando la fascia di asteroidi. Dagli oblò della navicella spaziale hanno potuto vedere da vicino Vesta, l’asteroide più brillante in cui si trova un cratere talmente profondo che ha scoperto gli strati del mantello. Mentre la navicella si allontana e l’equipaggio vede l’asteroide farsi sempre più piccolo, la sirena d’allarme comincia a suonare. Molti entrano nel panico: un allarme nello spazio non è mai una buona cosa. Se si rompe un pezzo dell’astronave non esiste l’officina spaziale in cui andare a comprare pezzi di ricambio! La comandante però sa il fatto suo e mantiene il sangue freddo. Si precipita nella cabina di comando e controlla quale allarme sia scattato. Il segnale arriva dal radar: ci sono dei piccoli oggetti in rotta di collisione con la Firestorm! Simone, addetto al controllo radar e al disegno di pezzi di ricambio dell’astronave, comunica alla comandante che quei piccoli sassi spaziali sono comparsi all’improvviso. Un piccolo asteroide si è schiantato contro Vesta, mentre la Firestorm si stava allontanando, scagliando una miriade di detriti nello spazio. L’impatto tra l’astronave e il corpo più vicino è previsto entro 5 minuti. La comandante ordina quindi a Gae, il pilota della missione, di cambiare rotta e portarsi ad una distanza di sicurezza dai detriti. Scampato il pericolo, i nostri eroi si rimettono in rotta verso Giove.

I mesi trascorrono tra un allarme e l’altro: non è sempre semplice calcolare le orbite degli asteroidi, perchè possono entrare in collisione tra loro modificando la loro traiettoria e lanciando detriti nello spazio. L’equipaggio ha i nervi a fior di pelle e per la comandante non è semplice mantenere l’ordine.

Come se non bastasse c’è stato un malfunzionamento dell’impianto di depurazione dell’acqua. Per i viaggi spaziali non è possibile trasportare una quantità infinita di cibo e acqua, quindi l’acqua viene riciclata. Questo significa che gli astronauti bevono la loro dose giornaliera di acqua, fanno pipì e questa viene filtrata e depurata in modo che possa essere bevuta di nuovo. Uno dei depuratori della Firestorm si è rotto, ma se ne sono accorti solamente quando due assetati astronauti si sono ritrovati pipì invece di acqua nel bicchiere. Fortunatamente nella stiva c’era il pezzo di ricambio giusto. Ovviamente nei viaggi spaziali non è possibile portarsi dietro infiniti pezzi di ricambio, anche perchè in un’astronave grande come la Firestorm ci sono un sacco di sistemi che necessitano di manutenzione. Come faranno gli astronauti quando il depuratore si romperà ancora? Simone disegnerà con estrema precisione il pezzo da sostituire e lo stamperà con una stampante 3D. La stampa di materiale 3D può essere molto utile nei viaggi spaziali, per evitare di sovraccaricare la navicella e di occupare troppo spazio. La prima stampante 3D è stata mandata nello spazio nel 2014. Sulla Stazione Spaziale Internazionale è stata utilizzata da diversi astronauti, tra cui l’italiana Samantha Cristoforetti, per stampare degli oggetti a gravità zero e confrontarli con quelli stampati sulla Terra. E’ risultato che le condizioni di microgravità non hanno effetti significativi sulla stampa 3D, quindi gli oggetti stampati possono essere utilizzati senza problemi.

Risolti tutti questi problemi, finalmente la Firestorm è uscita dalla fascia di asteroidi. Giove e le sue lune sono visibili fuori dall’oblò. L’equipaggio si appresta quindi ad entrare in orbita attorno al pianeta gigante del Sistema Solare.

Cosa succederà?

Lo scopriremo nella prossima puntata.

A presto!

Sara

Samantha Cristoforetti e la stampante 3D sulla ISS (Image credits: NASA)
Giove e le sue lune riprese dalla sonda Juno (Image credits: NASA)

Ultime da Venere

Mega ciao!

Ieri è cominciato il corso base di astronomia online! Siamo veramente soddisfatti: abbiamo 28 iscritti con età che vanno dai 7 ai 60 anni. Siamo felici anche perchè, nonostante la situazione, il corso online ci ha permesso di espanderci oltre regione, con iscritti da Como e dalla provincia di Modena.

Oggi non continuerò la storia iniziata qualche post fa, perchè voglio mostrarvi la foto del giorno. Qui sotto potete vedere l’immagine di Venere ripresa dalla sonda Bepi Colombo durante il flyby. Bepi Colombo è una missione molto interessante che ha come obiettivo l’esplorazione di Mercurio. Per arrivare sul pianeta però ha bisogno dell’assistenza gravitazionale di Venere, quindi stamattina ci è passata molto vicino. Vista l’importantissima notizia uscita qualche settimana fa sulla presenza di fosfina nelle nuvole venusiane, gli scienziati hanno deciso di attivare lo spettrografo della sonda. In questo modo il passaggio ravvicinato viene utilizzato per ottenere dati importanti, che potrebbero confermare la presenza della fosfina nelle nuvole di Venere. Vi ricordo che questa molecola può essere prodotta in due modi: tramite processi geologici, cioè dalle eruzioni vulcaniche, oppure tramite processi biologici, cioè da forme di vita. La quantità di fosfina trovata con i radiotelescopi è troppo elevata per poter essere spiegata dall’attività vulcanica, quindi si pensa che potrebbero esserci colonie di microrganismi che vivono nelle nubi di Venere. Il futuro potrebbe riservare grandi scoperte astrobiologiche.

Continuate a seguirmi perchè vi terrò aggiornati sugli sviluppi di questa ricerca 😉

A presto!

Sara

Venere ripresa dalla sonda Bepi Colombo (Image credits: ESA)

Un viaggio spaziale Vol. 3

Mega ciao!

I nostri coloni hanno completato la costruzione della base Gagarin su Marte. La serra ha cominciato a funzionare a pieno regime e i botanici stanno coltivando come se non ci fosse un domani. Nel laboratorio gli astrobiologi stanno analizzando i campioni di terreno marziano alla ricerca di forme di vita, mentre nella sala controllo gli astronomi stanno manovrando il telescopio dell’osservatorio per sondare i misteri dell’universo. Tutto funziona a meraviglia ed è arrivato il momento per Gae pilotare il lander verso la Firestorm, per ricongiungersi con il resto dell’equipaggio.

Indossata la tutona spaziale, Gae esce nella bellissima desolazione della notte marziana e, alzati gli occhi al cielo, ammira per l’ultima volta le due piccole lune. Phobos e Deimos si sono formati in modo diverso rispetto alla nostra Luna. Un tempo erano degli asteroidi, che sono stati catturati dal campo gravitazionale del pianeta rosso. La loro superficie è cosparsa da una miriade di crateri. Una cosa divertente è che se andaste a visitare Phobos e decideste di spiccare un piccolo salto atterrereste ad un chilometro di distanza. Attenzione quindi a non darvi una spinta troppo forte, perchè vi ritrovereste a fluttuare nello spazio senza poter più tornare indietro. Insomma, morireste malissimo!

3, 2, 1…decollo! Gae parte e riporta il lander alla Firestorm. Dopo una tranquilla notte di riposo, la comandante ordina a Gae di mettere la navicella spaziale in rotta verso Giove. Non sarà un viaggio semplicissimo: tra Marte e il pianeta gigante del Sistema Solare c’è la grande fascia di asteroidi.

Gli asteroidi sono dei sassi spaziali di dimensione variabile tra qualche centimetro e qualche centinaio di chilometri. Orbitano attorno al Sole seguendo orbite ellittiche. Il problema è che possono essere deviati dalle loro traiettorie a causa dell’attrazione gravitazionale dei pianeti. In questo caso possono entrare in collisione tra loro e schiantarsi sparando nello spazio molti detriti. Questi possono mettersi in rotta di collisione con la Firebolt e provocare danni catastrofici. Essere colpiti da sassi spaziali non è mai una bella cosa, come hanno avuto modo di provare i dinosauri.

Il viaggio prosegue tranquillo e un bel giorno la comandante invita tutti a guardare fuori dall’oblò: la Firestorm sta passando vicino a Vesta, l’asteroide più brillante. Vesta è stato scoperto nel 1807 e ha un diametro di 525 km. E’ stato mappato dal telescopio spaziale Hubble, con cui è stato osservato un cratere talmente profondo che ha scoperto lo strato del mantello dell’asteroide. La visione del cratere è mozzafiato! L’equipaggio osserva la superficie di Vesta allontanarsi e farsi sempre più indefinita, quando all’improvviso scatta la sirena d’allarme. Cosa sarà successo?

Lo scopriremo nella prossima puntata.

A presto!

Sara

Phobos (Image credits: NASA)
Deimos (Image credits: NASA)
Vesta (Image credits: NASA)

Un viaggio spaziale

Mega ciao!

Pronti per tornare a bordo della Firestorm?

Avevamo lasciato i nostri eroi, meno i due terrapiattisti morti male, in orbita attorno a Venere. La comandante Sara aveva ordinato delle missioni speciali.

Gianluca, il genio dei computer, doveva cercare di hackerare il sistema del lander rubato dai due terrapiattisti e riportarlo alla navicella madre. Purtroppo la missione è riuscita solo a metà: Gianluca è riuscito ad entrare nel sistema e a far decollare il lander, ma questo è esploso mentre stava per uscire dall’atmosfera di Venere in quanto il suo scudo termico è stato danneggiato dalle piogge acide.

Frasca, l’astrobiologa della missione, è riuscita a raccogliere un sacco di dati e ha confermato la presenza della fosfina in atmosfera di Venere. Ha trovato i microrganismi? Non ancora! Ha raccolto talmente tanti dati che serviranno anni per analizzarli tutti. Fortunatamente non è da sola. Ilaria la sta aiutando con un altro compito molto importante: capire la reale stratificazione dell’atmosfera di Venere. Questo è fondamentale per capire dove si potrebbero nascondere le colonie di microrganismi.

Il resto della ciurma ha usato le ultime settimane per fare osservazioni al telescopio, andando a sondare stelle, nebulose e galassie. Le scoperte non tarderanno ad arrivare. Soddisfatta dell’impegno dimostrato dal suo equipaggio, la comandante ordina a Gaetano, il suo braccio destro nonchè pilota della missione, di fare rotta verso Marte. Dopo qualche mese di viaggio i nostri eroi arrivano al pianeta rosso e, a malincuore, devono salutare 20 membri dell’equipaggio. Loro saranno infatti i primi esseri umani a colonizzare Marte. Una volta scesi sul pianeta, il loro obiettivo è di installare gli habitat in uno dei canali orizzontali scavati dalla lava dei vulcani e di costruire una cupola che possa ospitare un telescopio di 3 metri di diametro. Lo specchio, la struttura e tutti i sistemi di ottica adattiva sono stati inviati mesi prima con tre missioni senza equipaggio. Basta solo “ammartare” abbastanza vicini e unire i pezzi, come quando si costruisce la Morte Nera di lego. 3, 2, 1…distacco. I 20 prescelti cominciano la loro discesa verso il pianeta rosso, entrano in atmosfera e Gaetano li porta sani e salvi vicinissimi alle zone di ammartaggio delle sonde di rifornimento.

Il mitico Gae resterà su Marte il tempo necessario per assicurarsi che l’habitat sia stato montato correttamente e che non ci siano malfunzionamenti. Poi riporterà il lander alla Firestorm e riprenderà il viaggio con il resto della ciurma.

Perchè l’habitat deve essere costruito sotto terra? Marte non ha molta atmosfera e non ha un campo magnetico come quello della Terra. Infatti non è dotato di una dinamo interna che possa creare un campo magnetico globale, ma presenta comunque delle tracce di campi magnetici locali. Atmosfera e campo magnetico sono essenziali per proteggere il suolo dalle radiazioni provenienti dal Sole e dallo spazio. Su Marte questo non è possibile, quindi gli habitat devono essere costruiti nei canali orizzontali scavati dalla lava dei vulcani. Tranquilli, i nostri coloni non corrono il rischio di morire bruciati. L’attività vulcanica si è spenta da un bel pezzo!

Tra i 20 prescelti troviamo Paolo, l’esperto di telescopi che sarà il direttore dell’osservatorio “Kip S. Thorne” su Marte. Ovviamente per poter osservare il cielo, la struttura sorgerà sulla superficie marziana. I 20 cercheranno di costruirla il più velocemente possibile, in modo da limitare l’esposizione alle radiazioni. Una volta ultimati i lavori, come faranno a fare osservazione se non si può restare per lungo tempo in superficie? Semplicissimo: comanderanno il telecopio da remoto. Nell’habitat ci sarà una bellissima sala controllo, da cui gli astronomi dell’equipaggio potranno aprire la cupola, puntare il telescopio e fare fotometria e spettroscopia degli oggetti osservati.

I coloni hanno tre compiti importantissimi:

1- puntare il telescopio verso i pianeti del Sistema Solare per vedere se sono in fase;

2- andare a verificare se nel terreno marziano siano presenti dei microrganismi;

3- avviare una serra e rendere la colonia indipendente dalla Terra.

La prima missione dà i risultati previsti: Mercurio, Venere e la Terra hanno le fasi, mentre i pianeti giganti no.

La seconda missione potrebbe lasciarvi perplessi: perchè cercare la vita su Marte se sappiamo che è un pianeta deserto, in cui non cresce niente? Le sonde passate hanno scoperto le tracce di sedimentazione tipiche che lascia un oceano quando si espande o quando si ritrae. Quindi una volta su Marte c’era un sacco di acqua liquida. Sapete che sulla Terra l’acqua è uno degli ingredienti essenziali per la vita. Si pensa che un tempo su Marte ci fossero organismi viventi e che la vita possa esserci ancora, sotto forma di microrganismi. E’ importante verificare queste ipotesi.

La terza missione è necessaria. La colonia deve essere in grado di produrre cibo, acqua, pezzi di ricambio per l’habitat e altre risorse necessarie alla sopravvivenza. Mandare delle sonde con i rifornimenti si può fare fino ad un certo punto, ma presenta dei problemi. Una sonda impiega circa 7/8 mesi per arrivare su Marte. In questo tempo, si potrebbero perdere i contatti con la sonda, che resterebbe quindi a fluttuare per sempre nello spazio. La sonda potrebbe esplodere nel momento del lancio oppure all’entrata in atmosfera marziana. I paracadute potrebbero non aprirsi (com’era successo al modulo di atterraggio Schiaparelli, che si è schiantato producendo un piccolo cratere e da allora si è guadagnato il soprannome Schiapparelli), quindi la sonda si schianterebbe su Marte distruggendo tutti i rifornimenti. Meglio evitare che i coloni muoiano di fame, quindi coltivazioni come se non ci fosse un domani!

I nostri coloni hanno iniziato a costruire tutto. Cosa ci aspetta nella nostra missione?

Lo scopriremo nella prossima puntata. Prima di lasciarvi però vi chiedo un aiuto: ci serve un bel nome per la colonia su Marte. Qualche idea?

A presto!

Sara

Marte (Image credits: NASA)
Future colonie marziane